Relazione sul webinar “Il jazz nell’AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale), quale futuro?” a cura di Paolo Tombolesi
A guidarci durante il webinar è stato Paolo Tombolesi, che da anni vive l’AFAM dall’interno come docente, coordinatore di dipartimento e rappresentante nel CNAM.
Tombolesi ha aperto con una riflessione storica che rimette tutto in prospettiva: il jazz nei Conservatori non è una storia recente. I primi corsi risalgono agli anni Settanta, quando introdurre linguaggi non classici nelle aule del Conservatorio sembrava quasi una piccola rivoluzione. Ma è solo con la riforma del 1999 e i primi anni Duemila che il jazz inizia davvero a prendere forma come percorso strutturato, con dipartimenti, docenze specialistiche e titoli accademici riconosciuti.
Il punto, però, è che questa crescita è avvenuta dentro una riforma mai del tutto compiuta. A più di venticinque anni dall’avvio del processo, le istituzioni si muovono ancora in una sorta di “terra di mezzo”: vecchie e nuove regole convivono, alcune parti della normativa sono chiare, altre restano sospese. Questa incertezza si vede nella gestione dei corsi, nella costruzione dei piani di studio, nella stabilizzazione delle carriere docenti. Ed è proprio questo stato di transizione – oggi forse in fase di accelerazione – che rende urgente la domanda: che futuro vogliamo per il jazz nell’AFAM?
Uno dei passaggi più densi dell’incontro ha riguardato i modelli di piano di studio. Dietro ogni diploma c’è una griglia nazionale: materie obbligatorie, fasce di crediti, regole comuni per tutti i Conservatori. Questa base garantisce una certa uniformità, ma porta con sé anche una tensione evidente: come conciliare una struttura rigida con un linguaggio, il jazz, che per sua natura è mobile, adattabile, legato al contesto e alla pratica viva dell’improvvisazione?
Tombolesi ha mostrato come molti istituti, nonostante i vincoli, abbiano saputo costruire percorsi ricchi e coerenti, inserendo ensemble, laboratori di improvvisazione, pratiche d’ascolto, progetti creativi e interdisciplinari. In molti casi, la figura del “docente tuttofare” è stata superata a favore di squadre di insegnamento con competenze diverse e complementari. Ma resta la sensazione che una maggiore autonomia progettuale – dentro un quadro chiaro – permetterebbe di valorizzare ancora di più l’identità specifica del jazz.
Un tema che ha colpito molto chi era collegato è stato quello della ricerca artistica. In diversi Paesi europei, la ricerca musicale – inclusa quella jazzistica – è riconosciuta, finanziata e valutata come parte centrale della vita accademica. In Italia, invece, questo riconoscimento è ancora parziale e incerto. Questo significa che i docenti si trovano spesso in un ruolo indefinito: fanno ricerca, producono progetti originali, innovano linguaggi e pratiche, ma senza un quadro che riconosca pienamente questo lavoro. Per i Conservatori è un’occasione mancata: senza ricerca, è difficile essere davvero luoghi di sperimentazione e innovazione. Per il jazz, che vive di continuo rinnovamento, questa lacuna pesa ancora di più.
Accanto a questi elementi di contesto, sono emerse anche le dimensioni più quotidiane e concrete:
- l’incrocio spesso complicato tra vecchi diplomi sperimentali e nuovi ordinamenti, con titoli che a volte non trovano una collocazione chiara nei bandi;
- la precarietà strutturaledi molti docenti, che lavorano da anni con incarichi rinnovati di volta in volta, mentre le regole sul reclutamento cambiano ma non si consolidano;
- la difficoltà di orientarsi in un sistema in cui una parola nel titolo di studio, o un dettaglio in un bando, può fare la differenza tra essere ammessi o esclusi.
Nonostante questo quadro complesso, la parte finale del webinar è stata tutt’altro che pessimista. Il jazz nei Conservatori italiani è cresciuto:
- attrae un numero sempre maggiore di studenti,
- produce ensemble di qualità, progetti originali, collaborazioni e scambi internazionali,
- ha costruito nel tempo una comunità di docenti ancora non sufficientemente coesa, ma consapevole delle criticità e della forza del lavoro svolto.
Lo stesso CNAM sta dedicando più attenzione alle questioni rimaste aperte, e il ruolo delle associazioni di categoria, MIDJ in primis, è sempre più centrale per portare le istanze del jazz nei luoghi dove si decidono le regole del gioco.
Il messaggio che chiude il webinar è chiaro:
il jazz non è più un corpo estraneo dentro l’AFAM, né una presenza marginale tollerata ai bordi dei percorsi “ufficiali”. È ormai parte integrante della formazione musicale superiore in Italia, con un ruolo artistico e didattico riconosciuto e una vitalità che non accenna a diminuire.
Quello che manca, oggi, è la cornice definitiva: completare il processo riformatore, dare stabilità alle carriere, chiarire il ruolo della ricerca, garantire spazi di autonomia vera dentro un quadro nazionale riconoscibile. Solo così il jazz potrà esprimere fino in fondo il proprio potenziale nell’AFAM, con stabilità, autonomia e piena dignità accademica.
Come MIDJ, raccogliamo da questo incontro alcune linee di lavoro molto concrete: continuare a monitorare bandi e regolamenti, raccogliere casi e segnalazioni da chi vive ogni giorno i Conservatori, mantenere un dialogo costante con CNAM e con le istituzioni, e organizzare altri momenti di confronto e formazione dedicati a questi temi.
La registrazione del webinar è disponibile nell’area personale del sito di MIDJ: vi invitiamo a riascoltarla, a condividerla con colleghi e studenti, e a farci arrivare domande, dubbi, proposte. Più siamo capaci di fare rete, più il jazz avrà voce quando si discuterà del suo futuro nell’AFAM.


